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Fotografie: Prima Guerra Mondiale,colle Cerje,Veliki Hrib,Dosso Faiti,Fajtji hrib,Pečina,Pečinka|Grande Guerra|fronte isontino|

Sui sentieri della Grande Guerra del fronte isontino: i colli Cerje (Veliki Hrib) 343 m., Dosso Faiti (Fajtji hrib) 434 m. e Pečina 308 m.  Il colle di Cerje

    Album di fotografie e descrizione del Museo all’aperto della Grande Guerra sull’Altopiano carsico di Comeno, con la visita dei colli: Cerje (Veliki Hrib), Dosso Faiti (Fajtji hrib), Pečinka e Pečina. La grande zona del Carso Isontino si compone di due parti, il Carso di Doberdò a occidente, e il Carso di Comeno ad oriente, al centro a dividerli, si trova la profonda fenditura naturale del terreno chiamata “Vallone”. Il Carso di Comeno oggi si trova nella Repubblica di Slovenia, ed ha una struttura molto articolata, inizialmente sale ripido dal “Vallone”, prosegue poi con un vasto altopiano, ricco di dossi e doline ed infine termina a settentrione con una lunga catena di colli, chiamata Črni hribi (colline nere), che separano l'Altopiano stesso dalla Valle del Vipacco. Queste alture furono testimoni di spaventosi scontri durante la Prima Guerra Mondiale 1915-18, il Carso di Comeno si trasformò in un’inferno di pietra nell'autunno del 1916, quando infuriarono la Settima, l’Ottava e la Nona Battaglia sul fronte isontino. La nostra proposta prevede la visita dei luoghi storici più significativi della Grande Guerra, durante un itinerario ad anello, particolarmente consigliato in primavera al risveglio della natura o in autunno, quando il terreno carsico raggiunge il massimo della sua bellezza, poiché s’infiamma del rosso fuoco degli scotani (albero della nebbia o sommacco).

    ACCESSO - Dall'Italia: all’uscita dell'autostrada A4 (direzione Trieste-casello Lisert-Monfalcone est) si prosegue per la strada del Vallone (SS 55), che collega Monfalcone a Gorizia. Prima d'entrare nel capoluogo isontino, (in zona aeroporto), si supera l'ex valico frontaliero di Miren e si entra in Slovenia. Superato il ponte sul fiume Vipacco e il paese di Miren/Merna, si prosegue sulla strada, in salita e leggermente tortuosa, in direzione del paese Opatje selo/Opacchiasella. Salito il versante nord-est dell’altopiano di Comeno, nei pressi della località di Pri Drage 200 m., si trova un grande parcheggio.

     ITINERARIO - All’interno dell’ampio parking si trova una tabella informativa, dove sono indicati i sentieri e i vari luoghi d’interesse storico che si possono trovare in questa zona ai piedi del colle Cerje-Veliki Hrib. Proseguendo a piedi lungo la strada asfaltata in direzione del monumento di Cerje, dopo alcune centinaia di metri si trova sulla destra l’indicazione per visitare i resti di un ex cimitero di guerra italiano. Un sentierino scende verso il fondo di una profonda dolina, dove si trovavano ricoveri in caverna e baracche. Un piccolo monumento a forma di tempietto identifica l’area del cimitero militare, sulla lapide fino a pochi anni fa, si poteva leggere una dedica: “Alla memoria degli eroi caduti immolando la giovine vita per la grandezza della Patria, 2 novembre 1916”. Rientrati sulla strada asfaltata si prosegue fino ad un grande incrocio, si continua in leggera salita in direzione nord, verso la Torre di Cerje, che oramai si intravede sopra il limite superiore della pineta. Monumento dedicato ai Difensori della Terra SlovenaUna breve deviazione sulla sinistra consente di visitare alcune trincee, parzialmente recuperate, della dolina di Srčandol. Ripreso il sentiero, si continua la salita attraverso la landa carsica fino a raggiungere la sommità del colle Veliko Cerje-Veliki Vrh 343 m. Dall'ottobre 2013, sulla vasta vetta, si trova il Monumento dedicato ai Difensori della Terra Slovena. Si tratta di una colossale torre, simbolo della difesa del popolo sloveno contro i vari invasori che si sono succeduti nel corso della storia, dalla Prima Guerra Mondiale, alla Resistenza contro il Fascismo, fino alla Seconda Guerra Mondiale e all’ultima guerra per l’indipendenza della Slovenia. All’interno del monumento si trova una mostra sulla Grande Guerra, mentre dall’ultimo piano si ammira un panorama straordinario, un colpo d’occhio a 360° gradi unico, che abbraccia tutto il territorio delle Dodici Battaglie dell’Isonzo. Dalle basse e lunghe vetrate, che ricordano le feritoie delle postazioni della Grande Guerra, lo sguardo spazia verso nord, sulla vallata di Gorizia circondata da tutti i monti che furono i teatri delle più sanguinose battaglie sul fronte del Medio e Alto Isonzo: Calvario, Sabotino, Monte Santo, Canin, Monte Nero, Monte Rosso, Mrzli vrh e San Gabriele. Verso sud, la vista corre sul Carso di Comeno e di Doberdò, per perdersi all’orizzonte sul Golfo di Trieste e il Mar Adriatico.

    Discesi dalla zona monumentale, si prosegue a sinistra, direzione est, su una larga carrareccia che inizia la traversata della catena Črni hribi. Aggirati i primi due colli, dopo circa venti minuti di piacevole camminata attraverso la landa carsica, si individua con difficoltà, sulla destra, un piccolo bollino rosso, che indica una deviazione dalla strada principale. Si continua lungo uno stretto sentierino che risale un pendio ricoperto da un fitto bosco ed in breve si arriva sul Dosso Faiti o Dosso dei Faggi (Fajtji hrib) 434 m. La sommità non rivela nulla delle terribili battaglie che si svolsero lungo i suoi pendii e rarissime sono le testimonianze. Anche il panorama è molto limitato a causa della pineta che ricopre la vetta, attraverso i tronchi d’alto fusto si riesce ad ammirare soltanto un bel scorcio verso il monte Ermada. Si rimane meravigliati nel constatare, (dopo aver visionato vecchie fotografie al tempo della guerra, che mostrano il colle completamente senza vegetazione) come la natura in cent’anni abbia voluto cancellare tutti i ricordi dell’inutile massacro di giovani vite. Si scende dal colle lungo lo stesso sentierino di salita e si ritorna indietro con la carrareccia, fino a un grande incrocio. Ala strada  “Erzherzog Joseph Strasse”bbandonata la strada che rientra a Cerje, si devia a sinistra, e si prosegue in direzione sud, con un’altra strada sterrata attraverso il Carso di Comeno. Circondati dalla bellissima macchia carsica, la via taglia una vasta area pianeggiante con un percorso praticamente diritto e raggiunge, dopo circa un chilometro, la principale strada militare della zona durante la Grande Guerra. Qui infatti si trova un interessante monumento che ricorda la sua costruzione ad opera del K.u.K.43° Reggimento romeno di fanteria e intitolata al comandante del VII Corpo d’Armata, arciduca Giuseppe “Erzherzog Joseph Strasse”. Inoltre il monumento ricopriva anche il ruolo di pietra miliare riportando la distanza tra i paesi di Lokvica/Loquizza e Kostanjevica/Castagnevizza. Di fronte si trova una grande pietra sagomata a forma di sedia, che si racconta prese il nome di “trono di pietra di Borojević” in onore del comandante di tutte le forze austo-ungariche del settore dell'Isonzo (Isonzo Armée).

    Dietro al monumento, sempre in direzione sud, alcune tracce di sentierini conducono a due poco pronunciati colli: il Pečinka quota 292 m. e il Pečina quota 308 m. Sulla prima altura rimangono poche testimonianze, una lunga trincea ripristinata e alcuni ruderi di postazioni fortificate per mitragliatrici. Molto interessante è invece il secondo colle, il Pečina. Ai piedi del versante nord, si trova l’entrata di una grande caverna naturale, che fu trasformato in profondo ricovero durante la Grande Guerra delle truppe austroungariche. (Per visitare la grotta è necessaria la prenotazione, per informazioni contattare il comune di Miren-Kostanjevica). Dall’uscita superiore della grotta o seguendo i sentierini esterni, si raggiunge la cima del colle Pečina dove si visitano alcune trincee in cemento armato ben conservate e soprattutto, la postazione “Osservatorio d'artiglieria”. Pečina, struttura di un riflettore osservatorio d'artiglieriaGrazie alla sua posizione dominante sull’Altopiano di Comeno, gli austriaci avevano installato sulla cima uno dei più potenti riflettori del Carso. Recentemente è stata ricostruita la scala per il carrello che dalla caverna lo portava in cima, all’interno di uno scivolo scavato nella roccia. Di notte il suo fascio luminoso, indagava e illuminava ogni roccia, ogni anfratto, alla ricerca del nemico, per questo motivo era soprannominato “l’occhio del Carso”, mentre di giorno si riparava nel ventre della collina al riparo dell’artiglieria avversaria. Anche l’esercito italiano, dopo la conquista di quota Pečina, utilizzò la postazione come osservatorio per l’artiglieria. Rientrati sulla carrareccia, ex “Erzherzog Joseph Strasse”, si prosegue in direzione ovest (Lokvica/Loquizza). Raggiunto un grande incrocio di strade, una tabella informativa indica la presenza di un’interessante “štirna”, nome con cui gli abitanti del carso chiamano un pozzo d’acqua, bene preziosissimo nell’arido ambiente carsico. Si visita l’interessante “Štirna Vrh drage”, costruita circa due secoli fa in una piccola dolina, dove il fondo veniva impermeabilizzato con l’argilla. La grande cavità, rinforzata con due muri circolari, si riempiva con l’acqua piovana, che successivamente veniva prelevata grazie ad una scaletta di pietra. La Štirna venne utilizzata come cisterna d'acqua da ambedue gli eserciti, furono gli austriaci ad ampliarla per rifornire le truppe del vasto accampamento di Segeti. Recentemente è stata ripulita e restaurata. L’itinerario storico ad anello, affronta l’ultimo tratto, con una lunga traversata della macchia carsica, che riporta nuovamente al punto di partenza, il parcheggio in località Pri Drage Vrhu.

    DIFFICOLTA' - Il sentiero storico della Grande Guerra sul Carso di Comeno è facile. I tempi di percorrenza sono indicativi, possono aumentare  proporzionalmente all'interesse soggettivo della visita storica. 

 Vai alla galleria di fotografie:

Sui sentieri della Grande Guerra del fronte isontino: i colli Cerje (Veliki Hrib), Dosso Faiti (Fajtji hrib) e Pečina.

Escursione sui colli Cerje (Veliki Hrib), Dosso Faiti (Fajtji hrib) e Pečina

Durata della visita: 3,00 - 4,00 h.  
Difficoltà: facile-media
Sviluppo: 13 km

Dosso Fajti al tempo della Grande Guerra   Il Dosso Faiti (Fajtji hrbi) nel 1916 senza vegetazione

Cartografia

Carso di TS, Go e sloveno - Transalpina 1:25.000

NOTE STORICHE della Grande Guerra sui colli Cerje (Veliki Hrib), Dosso Faiti (Fajtji hrib) e Pečina

  Durante la Sesta Battaglia d’Isonzo (6-17 agosto 1916), i soldati italiani iniziarono la conquista del Carso di Comeno, il 12 agosto superarono il "Vallone" e salirono le balze carsiche del Nad Logem fino al paese di Oppachiasella (Opatje Selo), dove furono fermati dalla tenace difesa austro-ungarica, sulla linea Volkovniak-Pečinka-Veliki Hrib. Nei mesi successivi il generale italiano Cadorna, convinto della bontà della sua tattica militare di “lento logoramento dell’avversario” proseguì l’attacco sul Carso di Comeno con tre offensive, chiamate “spallate”, la Settima, l’Ottava e la Nona Battaglia dell’Isonzo. Nei mesi autunnali del 1916, si susseguirono gli assalti, ma come per le precedenti battaglie, ci furono scarse conquiste territoriali in relazione al numero di soldati impiegati ed al numero di caduti. Le truppe italiane si trovarono di fronte all’ennesimo invalicabile “muro” difensivo austro-ungarico, creato grazie ad una previdente scelta tattica del loro Comando, che già dall’anno precedente, quando erano in corso le prime cinque battaglie dell’Isonzo sull’Altopiano di Doberdò, avevano iniziato i lavori per creare diverse linee difensive fortificate sull’Altopiano di Comeno davanti alla roccaforte del monte Ermada. Inoltre anche il terreno sul quale si svolgevano i combattimenti era più complicato per chi doveva andare all’assalto, se possibile il Carso di Comeno era peggiore del Carso di Doberdò, più vasto, più articolato (più doline, dossi, grotte naturali) più alto (da una media di 200 metri d’altitudine si passava ad una di 400 metri) e soprattutto con pochissime fonti d’acqua.

Nonostante tutto, dalle insidie del terreno carsico, alla tenacia difensiva austro-ungarica, l’esercito italiano avanzava, lentamente, ma avanzava. Perché in realtà, la tanto criticata tattica del Comandante generale Cadorna (che colpevolmente non considerava minimamente la vita dei suoi soldati, mandandoli al sistematico macello) stava dando i suoi frutti, la Quinta Armata austro-ungarica di Boroević più di una volta era stata al limite del collasso. La colpa più grave dei generali italiani fu di non sfruttare mai il momento favorevole, come ad esempio dopo la presa di Gorizia o dopo la conquista del paese di Iamiano, quando si sarebbe potuto spezzare la difesa austriaca sul fronte isontino definitivamente. Lentezza e prudenza eccessiva, mancanza di conoscenza del terreno e delle condizioni dell’avversario, non ascoltare mai gli ufficiali subalterni che dalla prima linea suggerivano di incalzare gli austriaci nei loro rari momenti di difficoltà (come fecero a schieramenti invertiti un anno dopo gli austro-tedeschi sul monte Kolovrat e sul monte Matajur, dopo la disfatta di Caporetto), furono gli errori più gravi.

Con queste premesse fu inevitabile che anche il Carso di Comeno si trasformasse in un inferno di pietra. Con la Settima Battaglia dell'Isonzo (14-17 settembre 1916) e l'Ottava Battaglia dell'Isonzo (9-12 ottobre 1916), gli italiani non ottennero nessun successo. Centinaia di migliaia di proiettili frantumarono la roccia carsica, cancellarono i boschi, gli arbusti fino ai singoli fili d’erba. In questo arido e spoglio deserto di sassi, attaccanti e difensori vissero e si sacrificarono in modo disumano e il numero di caduti fu impressionante. (Nelle tre Battaglie le perdite italiane furono 67.000 uomini, tra morti, feriti e dispersi; fra quelle austro-ungariche 52.000).

 Soltanto con la Nona battaglia dell'Isonzo (1-4 novembre 1916), l'esercito italiano riuscì a conquistare le difese orientali austro-ungariche dell'Altopiano. Il 1 novembre vennero conquistate le alture del Veliki Hrib e del Pečina, mentre le brigate Spezia e Barletta riuscirono ad occupare la strada tra Oppachiasella e Castagnevizza. Il 3 novembre 1916, dopo un forte contrattacco  austro-ungarico, gli italiani approfittando di un momento di crisi degli avversari, riuscirono a conquistare il Dosso dei Fanti (Fajti Hrib) con la Brigata "Lupi" di Toscana, la stessa che aveva preso la vetta del Sabotino nell’agosto dello stesso anno. I fanti della Brigata Toscana del 78° Reggimento, furono soprannominati "Lupi"  perchè si racconta che in precedenti scontri, gli austriaci davanti all'eroismo dei suoi soldati avessero gridato " questi non sono uomini ma lupi". (Da qui il motto: Tusci ab hostium grege legio vocati luporum  "I Toscani sono chiamati dal gregge dei nemici legione di lupi").

Monumento ai "Lupi" di Toscana Monumento ai Lupi di Toscana sul Sabotino del 1938

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